Dizionario Carismatico
Dizionario Carismatico
ETERNITÀ
Nel cristianesimo, la parola “eternità” indica una realtà che supera il tempo e lo spazio: è la vita piena, infinita, realizzata completamente in Dio. Non si tratta semplicemente di una durata senza fine, ma di una qualità dell’esistenza, una comunione profonda con il Signore che trasforma l’essere umano. L’eternità è il compimento del desiderio più profondo del cuore: vivere per sempre nell’amore.
“Vita eterna” non significa soltanto esistere per sempre dopo la morte, ma iniziare già ora a vivere una vita nuova, un’esistenza rinnovata dalla relazione con Dio. Gesù stesso lo afferma chiaramente: «Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo» (Gv 17,3). Conoscere Dio, nel linguaggio biblico, non è un sapere intellettuale, ma un’esperienza viva, una relazione d’amore che coinvolge tutta la persona.
La vita eterna è, dunque, una promessa futura, ma anche una realtà presente. Chi vive nell’amicizia con Cristo, entra già ora in questa dimensione. L’apostolo Giovanni scrive: «Chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna» (Gv 5,24). Non dice “avrà”, ma “ha”: è un dono che comincia nel presente.
Vivere l’eternità fin da ora significa accogliere l’amore di Dio, lasciarsi trasformare dal Vangelo e camminare secondo lo Spirito. Questo comporta un cambiamento profondo nello sguardo sulla vita: ciò che è temporaneo non viene più assolutizzato, mentre ciò che è eterno acquista valore. San Paolo lo esprime così: «Noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili, perché le cose visibili sono di un momento, quelle invisibili invece sono eterne» (2Cor 4,18).
Chi vive secondo il Vangelo sperimenta già una “primizia” dell’eternità. La carità, la fede e la speranza diventano segni concreti di questa vita nuova. Anche nelle difficoltà, il credente porta dentro di sé una pace che non passa, perché radicata in Dio. È una vita che trasfigura la quotidianità, rendendo ogni gesto d’amore partecipe dell’eterno.
Allo stesso tempo, l’eternità resta una realtà futura e piena, che si manifesterà completamente oltre la morte. Gesù promette: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà» (Gv 11,25). Questa speranza sostiene il cammino del cristiano e dà senso anche al dolore e alla morte.
In definitiva, l’eternità, nella prospettiva cristiana, non è solo il “dopo” della vita terrena, ma la pienezza della vita con Dio: una realtà che inizia ora, cresce nel tempo e si compirà pienamente nell’incontro definitivo con Lui. Non è fuga dal mondo, ma trasformazione della vita, vissuta nell’amore che non avrà mai fine.
PROVA
La PROVA: Un Cammino di Crescita Spirituale
Quando parliamo di “prova” nella tradizione cristiana, entriamo in un territorio che richiede particolare comprensione. Troppo spesso questa parola viene fraintesa e associata all’idea di punizione divina, quando invece il suo significato biblico è profondamente diverso e ricco di speranza.
La prova non indica mai una punizione che Dio infligge, ma rappresenta un’opportunità di crescita spirituale, un momento di maturazione della fede che ci conduce verso una relazione più autentica con il Signore. È qualcosa che, nostro malgrado, nella vita arriva. Tutti viviamo difficoltà e sofferenze. Nessuno si cerca la prova, ma quando essa arriva, per il cristiano assume un significato particolare.
La prova non è vista come semplice difficoltà fine a se stessa, ma come un momento che, se vissuto e condiviso con Dio, ci innalza e ci trasforma. Questo accade perché cambia il modo in cui la vediamo, la affrontiamo e la viviamo. Dio non manda mai le prove, ma può permetterle come opportunità per la nostra crescita, per farci avanzare nella fede e aprirci a doni più grandi dello Spirito Santo.
Le Sacre Scritture ci illuminano con esempi chiari. Nel Siracide leggiamo: «Abbi un cuore retto e sii costante, non ti smarrire nel tempo della prova» (Sir 2,2), esortandoci alla fedeltà durante le difficoltà.
La Genesi narra: «Dopo queste cose, Dio mise alla prova Abramo e gli disse: “Abramo, Abramo!”. Gli rispose: “Eccomi!”» (Gen 22,1). La prova di Abramo rivela come Dio testi la nostra fede per far emergere la nostra obbedienza e fiducia.
L’Esodo ci mostra: «Allora il Signore disse a Mosè: “Ecco, io farò piovere pane dal cielo per voi. Il popolo uscirà e ne raccoglierà ogni giorno la razione quotidiana, perché io lo metta alla prova per vedere se cammina o no secondo la mia legge”» (Es 16,4). La manna diventa strumento per verificare l’obbedienza del popolo.
Mosè riflette: «Ricordati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore: se tu avresti osservato o no i suoi comandamenti» (Dt 8,2). Il deserto rappresenta una scuola di umiltà e fedeltà.
L’apostolo Giacomo ci offre la chiave: «Sapendo che la prova della vostra fede produce costanza» (Gc 1,3). Le prove rafforzano la pazienza e conducono alla maturità spirituale.
Dal punto di vista psicologico, le difficoltà attivano meccanismi di resilienza che, vissuti nella fede, si trasformano in crescita spirituale. Gesù stesso ha attraversato prove e tentazioni, mostrandoci che sono parte integrante del cammino cristiano. Se vissute in Dio, le prove diventano strumento per superare difficoltà, partecipando alla sofferenza di Cristo che trasforma ogni difficoltà in liberazione e amore.
La prova è, quindi, strumento divino per la crescita: ci aiuta a discernere, fa emergere la nostra fedeltà e ci apre a doni più grandi dello Spirito Santo. Non punizione, ma invito alla maturità spirituale.
FELICITÀ
La Felicità Secondo la Prospettiva Cristiana
La parola “felicità”, in senso cristiano (piena umanità), indica molto più che una semplice emozione: è la pienezza della vita, la realizzazione completa dell’essere umano e la fruttuosità che nasce dall’incontro autentico con Dio. Non si tratta solo di “assenza di dolore” o soddisfazione momentanea, ma di uno stato profondo di benessere, pace interiore e compimento, reso possibile dalla comunione con Dio e dall’amore verso gli altri.
Essere felici e realizzarsi in maniera cristiana significa diventare “beati”, proprio come Gesù ci insegna nelle beatitudini: “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli” (Mt 5,3). La prima beatitudine ci rivela che la vera felicità inizia dall’umiltà e dal riconoscimento della nostra dipendenza da Dio. È vivere nella gioia profonda, anche nelle difficoltà, essere in relazione autentica con il proprio Creatore e con gli altri, sapendo che la nostra felicità dipende dal legame con Dio e dalla Sua grazia.
La felicità cristiana è stabile e duratura proprio perché radicata nella consapevolezza di essere amati da Dio. Come ci ricorda il Salmo: “Cerca la gioia nel Signore: esaudirà i desideri del tuo cuore”(Sal 37,4). Questo versetto ci rivela una verità fondamentale: quando poniamo Dio al centro della nostra vita, i nostri desideri più profondi trovano compimento. Non è fragile come la semplice euforia o il piacere temporaneo e non è legata alle circostanze che viviamo, né dipende dalle persone che abbiamo intorno.
L’apostolo Paolo ci conferma questa stabilità quando scrive: “Siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti. La vostra amabilità sia nota a tutti. Il Signore è vicino!” (Fil 4,4-5). Paolo ci esorta a una gioia costante, non dipendente dalle circostanze esterne, ma fondata sulla presenza continua del Signore nella nostra vita. Questa gioia si manifesta anche attraverso l’amabilità, diventando testimonianza visibile per gli altri.
È importante comprendere che Dio stesso desidera ardentemente la nostra felicità. Gesù lo dichiara esplicitamente: “Vi ho detto questo perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Gv 15,11). Non si tratta di un optional nel piano divino, ma di un desiderio profondo del cuore di Dio per i Suoi figli. Egli vuole che sperimentiamo una gioia completa, condividendo la Sua stessa gioia divina.
Questa felicità ha la sua origine divina, come ci ricorda Giacomo: “Ogni buon regalo e ogni dono perfetto vengono dall’alto e discendono dal Padre, creatore della luce” (Gc 1,17). Ogni vera gioia e benedizione che sperimentiamo ha la sua sorgente in Dio, nostro Padre amorevole, che ci dona generosamente tutto ciò di cui abbiamo bisogno per essere felici.
Dal punto di vista psicologico, la felicità cristiana si allinea perfettamente con i principi del benessere autentico. La gratitudine quotidiana, pratica centrale nella vita cristiana, trasforma la nostra percezione della realtà, mentre la speranza fondata in Cristo ci dona quella resilienza necessaria per affrontare le difficoltà della vita. La comunità di fede fornisce quel supporto sociale essenziale per il benessere mentale, creando legami significativi che nutrono l’anima e sostengono il cammino di crescita personale.
La felicità cristiana significa vivere nella libertà del cuore, nella speranza e nella gratitudine, portando frutti di bene attorno a sé. Non è egoistica, ma generativa: più siamo felici in Dio, più diventiamo strumenti di gioia per gli altri, creando un circolo virtuoso di benedizione che si espande nel mondo, testimoniando l’amore trasformante di Cristo.
SACRIFICIO
La parola “sacrificio” deriva dal latino “sacrum facere”, cioè “fare sacro”, ossia rendere qualcosa (tutto) della nostra vita, sacro (degno di Dio) attraverso l’offerta.
La parola sacrificio, spesso, ci spaventa perché la associamo a perdita o rinuncia. Nella Bibbia, però, il sacrificio è, prima di tutto, un atto d’amore. Paolo dice: «Offrite i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio: è questo il vostro culto spirituale» (Rm 12,1). Non parla di gesti eroici, ma della capacità di trasformare la vita quotidiana in un dono.
Gesù stesso ci mostra che il sacrificio non è soffocare se stessi, ma offrirsi: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13). Dare la vita non significa morire, ma investire energie, tempo, pazienza, perdono. Significa mettere a frutto tutti i doni e i carismi che abbiamo.
Interiormente, il sacrificio è un processo psicologico profondo:
- Chiarezza della mente: rinuncio a ciò che mi confonde per scegliere ciò che mi fa crescere.
- Libertà del cuore: lascio andare ciò che mi appesantisce per aprirmi all’amore vero.
- Allineamento: invece di vivere diviso, unisco desideri, valori e azioni.
Senza amore, il sacrificio è “diabolico”, è qualcosa che ci “affossa” e porta a una sofferenza insensata ma, se fatto e vissuto con amore, è qualcosa che ci innalza, proprio perché rende la persona partecipe di qualcosa di infinitamente più grande e più “alto”.
Il sacrificio non è perdere qualcosa, ma fare spazio al Divino che riempie di significato ogni cosa che pensiamo, diciamo e facciamo.
Compie il sacrificio chi si apre ai doni di Dio, permettendo a Dio di agire nella propria vita, rendendo l’esistenza più piena e fruttuosa.
Salvezza
Nell’Antico Testamento “salvezza” traduce diversi termini che indicano liberazione dai mali più diversi, materiali e spirituali. Il termine ebraico ישׁוּעה (yeshû‛âh) suggerisce l’idea di una liberazione. La radice significa “essere largo” o “spazioso”. Liberare, quindi, significa: mettere al largo, spezzare una catena, far uscire dal confino, salvare dall’oppressione tanto che il liberato ora può svilupparsi senza ostacoli e Dio ne è sempre protagonista.
I termini che il Nuovo Testamento greco utilizza per “salvare” e “salvezza” (sōtēria), etimologicamente, suggeriscono l’idea di strappare a forza qualcuno da un grave pericolo. Possono pure significare salvare da una sentenza di tribunale o da una malattia (guarire).
In latino la parola “salvezza” è salus, da cui proviene anche “salute“.
Chi è che salva
Ge-sù si traduce con “JHWH è salvezza” o “Dio salva”.
Con questo nome, Gesù si è presentato come Colui che si fa prossimo a ognuno di noi. Fu Lui stesso a darci il programma di salvezza che avrebbe portato prima di attuarlo quando, nella sinagoga, lesse il rotolo del profeta Isaia: Lo spirito del Signore Dio è su di me perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione; mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l’anno di misericordia del Signore, un giorno di vendetta per il nostro Dio, per consolare tutti gli afflitti, per allietare gli afflitti di Sion, per dare loro una corona invece della cenere, olio di letizia invece dell’abito da lutto, canto di lode invece di un cuore mesto (Is 61,1-3).
SANTITÀ
Una “parola”, questa, che spaventa un po’ tutti – forse per come ci è stata trasmessa tante volte (senza una buona spiegazione sa di bigotto e di irrealizzabile): ”Un tempo anche voi eravate stranieri e nemici, con la mente intenta alle opere cattive; ora egli vi ha riconciliati […], per presentarvi santi, immacolati e irreprensibili dinanzi a lui (Col 1,21-22).
Da nemici della vita (Dio) ad amici, dal vivere l’oscurità al vivere la bellezza della Luce. La santità è una condizione di gioia, beatitudine e felicità profonda, in cui l’essere umano raggiunge la pienezza della propria esistenza aprendosi all’amore verso Dio e verso gli altri.
La santità non è perfezione irraggiungibile, ma un cammino di unificazione: diventare sempre più ciò che Dio ha sognato per noi. Nella Bibbia, la santità è prima di tutto un invito: «Siate santi, perché io sono Santo» (Lv 11,44). Non è un comando che pesa, ma una chiamata alla vera realizzazione della nostra vita. Dio ci attira verso la nostra versione più integra, autentica e libera.
La santità non è essere “perfetti”: è diventare quello che dobbiamo essere (secondo il progetto originario). È lasciare che Dio illumini chi sei (la versione redenta e nuova), così che anche gli altri possano vedere meglio chi sono loro.
In sintesi, la santità, considerata come pienezza di vita, può essere descritta come il processo di crescita personale nelle virtù e nell’amore, che porta l’essere umano a vivere in modo pieno, felice, libero e autentico – un cammino di maturazione interiore benefico sotto tutti gli aspetti dell’essere umano.
SHALOM
La parola “shalom” è una dei termini più ricchi di significati che la Bibbia contenga. Il suo significato è molto più profondo, complesso e completo della sola traduzione “pace”. Essa, certamente, contiene ed esprime il significato di “pace” ma, non solo nel senso di assenza di conflitto quanto, piuttosto, inteso come uno stato o modo di essere che può essere definito, ma mai totalmente, con i seguenti termini: interezza, integrità, felicità, sicurezza, star-bene, condizione di tranquillità e di ordine, pienezza, totalità, perfezione, armonia, compiutezza.
Ecco diversi significati del verbo – dalla radice shlm – descritto nell’antico testamento:
- Essere intero, sano, essere senza danno (Gen 15,15; Gen 33,18);
- Avere soddisfazione, abbastanza, essere appagato (Gb 9,4; 1Re 7,51);
- Pagare, indennizzare (Es 21,33 s.; 1Sam 24,20);
- Adempiere, portare a compimento, ristabilire (Gb 8,6);
- Costruire, terminare (1Re 9,25);
- Nominare qualcuno destinatario del pagamento, rappacificare (Gs 10, 1.4; 2Sam 10,19);
- L’opera più forte e che le può racchiudere tutte è, sicuramente, il riscatto operato dal Messia.
Questo ci porta a individuare tutti gli elementi dell’armonia psico-fisica dell’uomo in sé, nella relazione con gli altri esseri umani e nel suo rapporto con Dio:
- Benessere (Gn 37,14);
- Prosperità (Is 66,12);
- Favore, amore (Ct 8,10);
- Onestà, rispettabilità (Is, 59,8);
- Giustizia e diritto (Is 32,17 s.);
- Bene personale e del paese (Gn 41,16; Ger 29,7).
La shalom non è una pace che viene in noi attraverso uno sforzo personale, una convinzione dottrinale o delle pratiche religiose, ma solo attraverso la persona del Cristo. È solo attraverso le fede nel Signore Gesù che possiamo trovare il vero riposo dello spirito, la vera pace.
Kairós
Il termine “kairós” viene dal greco e significa “momento opportuno, tempo favorevole, circostanza giusta”. Indica il tempo in senso qualitativo, cioè “il momento giusto” per un evento decisivo.
È diverso da “chrónos”, che indica, invece, il tempo cronologico, misurabile (giorni, ore, anni – misurabili con l’orologio, il calendario).
Il kairós è il tempo scelto da Dio per agire nella storia o nella vita di una persona. Non è un tempo qualsiasi, ma un tempo di grazia, un’occasione speciale in cui Dio interviene o chiama.
Ad esempio:
- Nel Nuovo Testamento, Gesù inizia la sua predicazione dicendo:
«Il tempo (kairós) è compiuto e il Regno di Dio è vicino» (Mc 1,15).
Qui non si tratta di un anno sul calendario, ma del momento stabilito da Dio in cui la salvezza si realizza. - San Paolo usa spesso il termine parlando di momenti favorevoli di salvezza: «Ecco ora il tempo favorevole (kairós), ecco ora il giorno della salvezza» (2 Cor 6,2).
Quando si dice che un credente vive un kairós di Dio, si intende che sta attraversando un momento particolare in cui Dio lo chiama, lo tocca, gli offre una possibilità di cambiamento o di incontro con Lui. È un’occasione che richiede attenzione e risposta, perché non è semplicemente “un giorno come gli altri”, ma un tempo carico di significato.
Charis
Grazia (in latino gratia , in greco χάρις, cháris ) è in teologia l’azione libera dell’amore del Dio trino, è la misericordia che agisce facendosi vita. È il dono assolutamente gratuito di Dio. Non c’è solo il perdono dei peccati ma anche il ri-donare (nuovamente c’è il termine dono) la vita. Si passa dal cuore (misericordioso), al grembo che dona la vita. La charis ci fa ri-nascere dall’alto (vedi in Gv 3) offrendoci una nuova opportunità per il nostro esistere.
Dio è artefice della grazia ed è da Lui che essa si diffonde in tutte le sue forme. È l’azione Divina che guarisce, libera, sana e salva la nostra esistenza dal nemico della vita.
L’apostolo Paolo comincia molte delle sue lettere con l’espressione “grazia a voi”:
A quanti sono in Roma diletti da Dio e santi per vocazione, grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo (Rm 1,7). Paolo, apostolo di Gesù Cristo per volontà di Dio, ai santi che sono in Efeso, credenti in Cristo Gesù: grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo (Ef 1,2). Grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo (1Cor 1,3).
Divino
La parola “divino” deriva dal latino divinus, che a sua volta proviene da divus, cioè “dio” o “proveniente da un dio”.
Quindi, divino significa “che appartiene a Dio”, “che viene da Dio” o “che riflette Dio”.
Il “divino” è ciò che esprime la natura stessa di Dio:
- È eterno, senza inizio né fine.
- È onnipotente, perché tutto esiste grazie a Lui.
- È onnisciente, conosce tutto, anche ciò che è nel cuore umano.
- È onnipresente, cioè non è limitato da spazio o tempo.
- È amore puro, fonte di bontà, misericordia e giustizia.
Quando si dice che qualcosa è “divino”, si intende, quindi, che porta in sé un riflesso della perfezione o della presenza di Dio e può anche riferirsi a ciò che avvicina l’uomo a Dio:
- La preghiera è un atto divino perché mette in contatto con Dio.
- L’amore disinteressato, il perdono, la compassione sono atteggiamenti che manifestano qualcosa di divino nel cuore umano.
- Anche la bellezza del creato (un tramonto, la vita, la musica sacra…) può essere chiamata “divina”, perché rivela la grandezza del Creatore.
Il “divino” non è solo un aggettivo, ma una presenza reale. È Dio stesso che si manifesta nella vita, nella coscienza e nell’amore. Chiamare qualcosa “divino” significa riconoscere che in essa brilla la presenza di Dio, un frammento di eternità dentro il tempo, un segno del Cielo nel cuore dell’uomo.
PECCATO
La parola peccato, in ebraico chata’, significa semplicemente “mancare il bersaglio“, come un arciere che mira al centro, scocca la freccia con tutta la sua energia, ma la vede deviare e cadere lontano. Non è una questione di regole morali o di un “Dio che punisce”, ma si tratta di una perdita di direzione nella vita. Ci allontaniamo da ciò che ci rende davvero vivi: la relazione profonda con Dio, con noi stessi e con gli altri. Ci sembra di guadagnare libertà, ma finiamo intrappolati in catene invisibili.
In pratica, il peccato è un grosso autoinganno. Ci convinciamo che inseguire i nostri capricci – un piacere veloce, una rivincita, un po’ di potere in più – ci farà stare bene e ci realizzerà, invece, tutto questo ci prosciuga, ci lascia vuoti e confusi. È l’”io” che si ribella (o che cerca la felicità in modo sbagliato), che vuole fare da padrone al posto di Dio, ma finisce sempre male, come una scalata senza corde di sicurezza.
Il peccato nasce sempre da una proposta furba – e in genere affascinante – sussurrata dal “nemico” dentro di noi ed è, spesso, mascherata da cosa buona. Ci promette una strada più facile e veloce, ma è una trappola. Diventa un veleno lento che ci indebolisce dentro, ci fa sentire isolati, pronti a ricascarci e, infine, ci getta nel senso di colpa, fino alla disperazione.
Dio, però, ci dà l’antidoto al peccato, che è il Suo amore che ci guida verso la realizzazione. Basta riconoscere l’errore (peccato), chiedere al Signore che intervenga con la sua misericordia, agire in un modo nuovo (cambiare rotta) e camminare con Lui verso la vita vera, verso la pienezza e la realizzazione.
A proposito, la nostra carne (l’io ferito), ci riproverà a farci uscire di strada. Chiediamo a Dio anche la guarigione del cuore e la liberazione spirituale così staremo “da Dio” – camminando verso la Santità (cerca anche questa parola nel dizionario e scoprirai che…).
Terra Promessa
Nella Bibbia, la Terra promessa è la terra che Dio ha promesso al popolo di Israele, ai discendenti di Abramo, Isacco e Giacobbe. Si tratta del territorio di Canaan, situata tra il Mar Mediterraneo e il fiume Giordano – quella che oggi corrisponde in gran parte all’attuale Israele e ai territori vicini – ed è la meta del lungo viaggio del popolo ebraico dopo la liberazione dall’Egitto, guidato da Mosè e poi da Giosuè.
“Così il Signore diede a Israele tutto il paese che aveva giurato di dare ai loro padri; essi ne presero possesso e vi si stabilirono. Il Signore concesse loro pace tutt’intorno, secondo quanto aveva giurato ai loro padri; nessuno di tutti i loro nemici poté resistere loro: il Signore mise tutti i nemici in loro potere. Di tutte le buone promesse che il Signore aveva fatto alla casa d’Israele, nessuna andò a vuoto: tutto si compì” (Gs 21,43-55).
Al di là del luogo geografico, la Terra promessa è segno dell’alleanza tra Dio e il Suo popolo, è un luogo spirituale che raffigura un “luogo di pienezza”. Pienezza di vita e vita in pienezza. Rappresenta la realizzazione del piano di Dio per il Suo popolo, cioè la vita nuova e il compimento in Dio: sentirsi giusti, al posto giusto, nel momento giusto, facendo le cose giuste.
È il dono che Dio fa a chi si fida di Lui.
- È segno della fedeltà di Dio: Egli mantiene le sue promesse.
- È ricompensa della fede e dell’obbedienza.
- È luogo di pace, abbondanza e libertà, dove il popolo può vivere in comunione con Dio.
La nostra Terra promessa è quindi la vita eterna (smisurata). È immagine del Paradiso che però non è solo una meta finale, ma, come detto, una “pienezza di vita” che comincia già su questa terra.
Purificazione
La parola “Purificazione” deriva dal latino purus (“puro”) e facere (“rendere”).
Letteralmente, significa “rendere puro”, cioè liberare da ciò che sporca, appesantisce o allontana dalla vera Luce.
La purificazione è un’opera di Dio nell’uomo ma anche una collaborazione dell’uomo con la Grazia Divina.
È Dio che purifica ma l’uomo deve accogliere e cooperare con questo dono.
La purificazione:
- Rimuove il “male”, cioè ciò che separa da Dio.
- Guarisce il cuore, liberandolo da orgoglio, egoismo e paura.
- Rinnova la mente, insegnando a vedere con gli occhi nuovi, quelli istruiti dalle Sacre Scritture.
- Rende l’anima pronta ad accogliere la presenza Divina.
Lo scopo della purificazione non è soltanto “essere migliori” ma unirsi più profondamente a Dio.
Solo un cuore purificato può vedere e gustare la presenza divina. Come dice il Vangelo: “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio” (Mt 5,8).
Vediamo un esempio biblico di purificazione.
Gesù entrò nel tempio e scacciò tutti quelli che nel tempio vendevano e compravano; rovesciò i tavoli dei cambiamonete e le sedie dei venditori di colombe e disse loro: «Sta scritto: La mia casa sarà chiamata casa di preghiera. Voi invece ne fate un covo di ladri». Gli si avvicinarono nel tempio ciechi e storpi, ed egli li guarì. Ma i capi dei sacerdoti e gli scribi, vedendo le meraviglie che aveva fatto e i fanciulli che acclamavano nel tempio: «Osanna al figlio di Davide!», si sdegnarono, e gli dissero: «Non senti quello che dicono costoro?». Gesù rispose loro: «Sì! Non avete mai letto: Dalla bocca di bambini e di lattanti hai tratto per te una lode?». Li lasciò, uscì fuori dalla città, verso Betània, e là trascorse la notte (Mt 21,12-17).
Gesù compie una purificazione nel tempio. La legge prevedeva che, se qualcuno fosse stato ammalato, sarebbe dovuto stare “fuori” dal tempio. Gesù elimina quello che impedisce a “tutti” di entrare in contatto col Divino e poi agisce (li guarì). Solo dopo questa purificazione, ciechi e storpi si avvicinarono al Divino e alla sua opera salvifica.